01/06/2007
Ok, just a little pinprick...
"Ok, just a little pinprick..."
Ok solo una piccola puntura. Lì, sotto la palpebra, lì dov'è contaminato. Una non espleta appieno la funzione, ancora un po'. L'ago si infila nuovamente sinuoso e ingannevole, quasi come un petting leggero di un malfidato corteggiatore, e rilascia la magica bruma giallastra: l'anestesia. Un bruciore conturba il volto e chiama i peli ad alzarsi come ad un appello in classe. Dopo, il nulla. Non sentire più nulla. Ignorare chimicamente un'operazione: in questo caso chirurgica.
Ripensavo a quel momento or ora che scendevo le scale, come sempre in tutta fretta. Pensavo: certe volte siamo noi a sceglierci anestesie. Sono poche le persone che ci fanno stare davvero bene (una di queste è presente nella mia vita totalmente, e quasi integralmente anche in questo blog), però spesso ci lasciamo andare a persone che ci servono come anestetiche dosi di compagnia. E il bello è che ci trovi tutti i sintomi di un'anestesia chirurgica: la puntura dell'imbarazzo iniziale, il bruciore del mettersi marginalmente in gioco, il nulla. Dopo non senti nulla. La parte che di te offri all'anestesista si addormenta, per poi risvegliarsi dopo il periodo di tempo sufficiente.
Avete mai pensato che spesso lasciamo addormentare parti di noi stessi semplicemente per ricevere anestetiche compagnie?
Lo so, è un post piuttosto sconclusionato, ma mi serviva...
22:54
Scritto da : 19spam86
in blog life | Link permanente | Commenti (1)
|
Segnala
| OKNOtizie |
Facebook
02/03/2007
Lacrime...
un preservativo per il naso
un tetto per il pavimento
dove cresce il muschio del dolore
Lo sai che questa pioggia
ha un motivo che è più profondo
della tua anima
e se vuoi scoprirlo
devi essere pronto a venderla
devi essere pronto a regalarla
devi scambiare la dignità con la consuetudine
devi scambiare qualche lacrima per un motivo
Piangere lacrime fredde
è innaturale quanto farlo
per un motivo che non conosci
se non sai bene perchè piangi
perche lo fai?
Forse un motivo lo hai
forse le lacrime sono proprio le virgolette
che circoscrivono la parola dolore
o l'apostrofo di un t'amo
è scialba la colazione di un pianto
un intonaco su vecchi mattoni tristi
la carezza di una anziana
un vento benevolo e violento.
Ma bimbo, perchè piangi?
Ho paura che il velluto
mostri il bilico del motivo
di questa pioggia fredda.
10:30
Scritto da : 19spam86
in Musica | Link permanente | Commenti (2)
|
Segnala
| OKNOtizie |
Facebook
08/02/2007
La linea scura
La linea scura, Ludovico Einaudi. Se ne stava lì, nell'angolo della sua nostalgica cameretta, a tirar due boccate ad una sigaretta. Raggomitolato sulla sedia come un vecchio cumulo di polvere. Pensava.
Un orologio malmesso almeno quanto lui gli scandiva attimi che erano già irripetibili, sentiva quelle note scavargli l'anima con la stessa insostenibilità dello stridere dei gessetti su di una lavagna. Si vedeva. Dall'esterno, si compativa nella sua miseria di esser solo, con un freddo che non l'aveva mai abbandonato, persino in quella sera, dell'ennesimo ferragosto solitario. Indossava, ormai da anni, una coperta di lana grezza con qualche fiore spaurito ricamatovi sopra. Fiori che come la coperta e lui, erano appassiti, ma ancora apparivano gentili e giustamente esistenti. La indossava come un abbraccio che gli era sempre mancato, e che non sarebbe mai arrivato. La indossava da quando una sera, una di quelle sere dove senti che tutto non ha più senso, dove le parole della gente sono solo critiche che agiscono come uno scovolino del water per grattare i residui del prodotto che meglio credi ti rappresenti, si era infilato un ago nella pelle.
Aveva provato di tutto, per sconfiggere la sua solitudine. Si era cambiato mille volte. Ma da quella sera aveva smesso di farlo. Un buco, uno solo, all'inizio. Un effetto che durava comunque troppo poco. Capì che anche quello non serviva, ma intanto sapeva che quella sera era davvero cambiato qualcosa. Era maturata la realtà: sarebbe rimasto solo per sempre. Intanto il fiume di quella poesia su pentagramma scorreva, e sentiva ad ogni misura un petalo staccarsi dai fiori della coperta. Una boccata alla sigaretta. Quel tanto forte da far cadere la cenere che si era accumulata nella sua sede, per essere rimasta lì inusata. Pensò all'ennesima beffarda sorte, ma la accettava con una imparagonabile rassegnazione, degna di un morto. Eppure quella scena gli provocava, se non piacere, quella malinconia che ti lascia vivere anche un solo secondo di più. Quella cenere caduta su quella scrivania di noce scorticata e abbruttita dalla trascuratezza evidenziava che qualcosa, seppur di immutabile, viveva accanto a lui. Ma seppur il mondo gli scorreva affianco, quella stanza era regolata dalle sole leggi di gravità e dell'ottica. Il colore di quell'atmosfera era attinto direttamente dal buio più profondo. Solo una candela illuminava la scrivania, sporca di cenere, dove posavano sconsolate ormai da anni le sue braccia sempre più magre e anguste. Dirimpetto alla seduta, uno specchio rotto, di quelli con la cornice in ottone anticato, che riproduceva poco fedelmente parti del suo viso nel quale, col girare inesorabile di quella lancetta di quell'orologio malmesso, si riconosceva sempre meno. Pensava. Aveva sbagliato tutto. No, anzi. Non aveva mai sbagliato. Semplicemente perché non aveva mai rischiato. "Aveva una coscienza pulita. Mai usata". Ora, a 29 anni da poco festeggiati su quella scrivania con la sola specialità di un bicchiere di vino e un foglio di carta da violentare con una vecchia stilografica Cartier del nonno, la sentiva. E più sentiva la sua coscienza crescergli nel petto, e più sentiva Ludovico che incalzava da maestro su quell'incrocio perfetto di ebano e avorio. E in questo crescere, maturava il peso del non essere stato. Di non aver rischiato per paura di cambiare qualcosa. Alla fine, a lui bastava quella sua stanza sempre fredda e oscura. Solo lì era se stesso. Al buio marginalmente contaminato dalla luce di una candela, dove finalmente poteva osservare solo una parte di se stesso allo specchio, ed esprimere un giudizio intimo e davvero profondo. Aveva amato. Ma di un amore industriale, su larga scala, che ti lasciano l'amaro in bocca quando ti accorgi di cosa sono, che sono poco, che tu sei poco. Aveva sorriso, di quei sorrisi un po' inermi e mai appaganti, di quelli che attribuiresti più ad una corrugazione circostanziale della bocca che ad una smorfia allegra del cuore. Piangeva. Piangeva tanto ogni giorno. Ma vi era un momento in cui, quasi come un'apparizione divina, le lacrime gli scendevano giù senza paura, senza veli, senza i costumi che siamo abituati a vedere. Ogni giorno, alle 5 del pomeriggio, piangeva comunque. Perché gli ricordava l'ultima volta che aveva amato e aveva sorriso, seppur industrialmente e circostanzialmente. Erano i suoi ultimi segni di vissuto. Appartenevano a svariate precedenti primavere, o meglio all'ultima, giacchè da quel giorno il suo non era un vivere ma un attraversare il tempo come un sasso friabile e ininfluente. Sentiva i cinque rintocchi del campanile in lontananza, per la perifericità della sua stanza. Periferica come il suo vissuto. Aveva esattamente vissuto le emozioni in periferia, riconoscendo il centro del mondo in quella scrivania adornata soltanto da un posacenere, un accendino che scattava mille volte a vuoto prima di accendersi, una candela e un pacchetto di Marlboro di contrabbando, polacche. Quella sera era l'ultimo pacchetto. Aveva finito la scorta di stecche, unici oggetti a riempire il suo malandato armadio, maleodorante per un'aria viziata insostenibile, che era l'unica che i suoi polmoni si ritenessero degni di respirare. Pensò che, a 29 anni, era finito. Pensò, non senza fondo di logica, che quando si è soli si mette mano alle riserve di autostima, e la vita si trasforma un po' come una stecca di sigarette: se non rinnovi "l'arsenale", prima o poi finiscono. E lui, con le sue emozioni in periferia, non aveva comprato né altre stecche né tantomeno aveva acquisito autostima. Perché in quella stanza era tutto dannatamente immutabile, solamente scandito da Einaudi che fuoriusciva da una radio di poco valore, come era stata la sua vita. Era incredibile come quei pochi oggetti della sua stanza potessero significare le altrettante peculiarità, peraltro poche e negative, della sua vita. Piuttosto che accendere sigarette con l'accendino, malfunzionante come la sua capacità di amare, e, di amarsi, utilizzava i mozzoni ormai finiti per accenderne altre, forse inconsapevole che il suo gesto avrebbe fatto finir prima le sue uniche compagne, e con esse l'ultimo pacchetto di autostima. Si concesse, in occasione dell'ultima sigaretta, un bicchiere di Chianti Riserva del '88, un vino per grandi occasioni che non aveva mai avuto, versandolo in un calice reale mai usato, unico splendore in quella stanza. Per quest'occasione, si accese l'ultima Marlboro con l'accendino, che funzionò al primo colpo. Questo fece sobbalzare la convinzione ormai inesorabile al quale era arrivato, ma la fece coincidere all'ennesimo gesto di scherno della vita nei suoi confronti. Oramai, l'ultima sigaretta era accesa, e il calice col buon vino era lì, pronto per essere degustato e per risciacquare quella bocca che aveva sempre celato troppi silenzi, e con essi troppo amore. Non voleva pensare alla sua vita, nella sua ultima sigaretta. Pensava piuttosto a quella del mondo. Pensava che tra qualche secondo, quella stanza avrebbe smesso di esistere. Perché esisteva solo per lui, dimenticato e abbandonato come qualunque plastica protettiva di qualunque pacchetto.
Si bruciò l'indice e l'anulare, all'attaccatura palmipede dove era solito incastrare la sigaretta. Si bruciò per la fine della stessa. Ma non provò dolore. Provò una rassegnazione più forte dei suoi 29 anni incrostati sulla tazza di un water pubblico. Scolò l'ultimo goccio dal calice dritto in gola, a purificargli almeno quella lingua che troppe volte aveva esitato e tremato. Era la sua personale, intima, estrema unzione. Annotò distrattamente qualcosa sul pacchetto delle Marlboro, oramai davvero vacante. Scrisse: "Brucio la mia inesistenza".
Si alzò placido e mansueto, con quella calma di chi è davvero inarrestabile, e prese una tanica di olio per vecchie stufe, e cosparse tutta la sua stanza, la sua scrivania, la sua radio, la sua coperta, il suo viso. Ebbe il tempo di far mischiare sul suo viso quell'olio con delle ultime lacrime di perdono, per non aver mai vissuto.
Erano le 23 della notte di ferragosto. Le sue ultime lacrime. Quelle più tristi e nostalgiche per una vita che già lo aveva abbandonato, giacchè a volte è la vita che parte per chissà dove, e forse tu hai solo il tempo per salutarla. Lui non aveva voluto farlo. Non si riteneva degno di quest'ultimo gesto.
Prese l'accendino, e anche questa volta si accese al primo colpo, facendo vacillare quella sua precedente quanto costante convinzione della pura casualità di qualcosa che si avvicini alla felicità.
Oramai era troppo tardi. Si sedette alla sua solita sedia, col braccio sinistro come sempre appoggiato alla trascurata scrivania di noce, e col capo come sempre pesantemente appoggiato sulla mano. Accese la coperta, quella di lana grezza a fiori ormai appassiti e presto bruciati. Tutto prese fuoco.
Stette lì a bruciare lento.
Quella sera, almeno per una sola sera, era lui che brillava più di tutti i fuochi di ferragosto. Da solo, brillava più di tutti. Alla fine, brillò meglio di tutti.
Dall'alto, quel suo bruciare neanche si vedeva, oscurato dai bagliori della festa. Morì solo, di una morte solitaria. Neanche mentre bruciava c'era qualcuno che lo osservava dalla strada. Nessuno.
L'indegna fine di una vita, forse, indegna. "Brucio la mia inesistenza".
Ale - 08/02/07
18:38
Scritto da : 19spam86
in Musica | Link permanente | Commenti (0)
|
Segnala
| OKNOtizie |
Facebook